Klaus Dibiasi

Klaus Dibiasi

Klaus Dibiasi

 

Vita e trionfi dell’Angelo Biondo

C’è una frase che più di altre aiuta a comprendere la grandezza di Klaus Dibiasi. È di Giorgio Cagnotto, irriducibile rivale in piscina, ma grande amico nella vita: «I tuffi prima di lui erano un’altra cosa. Klaus li ha cambiati, come i Beatles hanno cambiato la musica».
Vero. L’Angelo biondo di Bolzano ha iniziato una nuova era, aprendo la strada a tutti i fuoriclasse venuti dopo di lui. Non è neanche difficile spiegarla, la rivoluzione di Klaus. Basta ricordare il modo unico, netto ed esteticamente sublime con cui sapeva entrare in acqua. Un miracolo di tecnica, basato su una torsione del polso al momento dell’ingresso che consentiva di evitare gli spruzzi sollevati dai pugni chiusi allora in auge. Semplice, in apparenza. In realtà il movimento era il frutto dell’allenamento metodico e instancabile cui Klaus si sottoponeva ogni giorno sotto la guida inflessibile del padre Carlo, anch’egli tuffatore di ottimo livello. Quattro ore al giorno, più di diecimila tuffi all’anno.

Serietà e costanza

«I tuffi sono essenzialmente uno sport ciclico, dove il gesto di gara è ripetitivo. Il tuffo è questo […] bisogna ripetere mille volte la sequenza fino a quando tutto viene interiorizzato e si automatizzano le reazioni. Alla fine pensi e fai, quasi senza pensarci […], come quando si guida la macchina», spiegava qualche anno fa l’atleta bolzanino in un‘intervista a Ignazio Dessì.
Serietà e costanza, dunque, che unite a un fisico eccezionale spiegano il segreto di un fuoriclasse inarrivabile. Tre ori e due argenti in quattro Olimpiadi (da Tōkyō a Montréal), due titoli mondiali (1973 e 1975) dalla piattaforma, tre allori europei (piattaforma 1966, 1974 e trampolino 1974), diciotto campionati italiani assoluti e undici indoor, il tutto battendo rivali formidabili come Giorgio Cagnotto o il giovanissimo Greg Louganis. Numeri da leggenda.

argento a Mexico '68

argento nel trampolino a Mexico ’68

 

Del resto, quando nacque, il 6 ottobre 1947 a Solbad Hall, Klaus apparve subito come un predestinato. Il padre, trasferitosi nel paesino austriaco da Bolzano per potersi allenare in sicurezza economica, lo avvicinò infatti alle piscine sin dall’età di dieci anni. Appena diciassettenne, il giovane campione entrò poi nel giro della Nazionale con un meeting appositamente organizzato a Bolzano che gli fornì il lasciapassare per l’Olimpiade di Tōkyō.
La gara in Giappone, suddivisa su tre giornate, non iniziò molto bene per Klaus. Dopo le due prove del primo giorno l’azzurro era solo diciottesimo. Una mezza delusione, insomma. Il mattino dopo, tutto cambiò. Il coefficiente di difficoltà dei tuffi, tenuto volutamente basso nella fase iniziale, aumentò di colpo e con esso la posizione in classifica che si assestò su un più consono ottavo posto. Non era finita, perché nel pomeriggio l’altoatesino proseguì nell’escalation sino alla prima posizione. Gli esperti fecero ammenda dei precedenti affrettati giudizi e resero omaggio all’intelligente tattica di Dibiasi.

oro nella piattaforma a Monaco '72

oro nella piattaforma a Monaco ’72 (© ANSA)

 

Bob Webster, campione uscente e grande favorito della gara, iniziò a preoccuparsi quando vide il ragazzino ancora in testa all’ottavo tuffo. Poi l’inesperienza di Klaus si fece sentire e il suo Tre e mezzo avanti raggruppato non risultò perfetto. Webster non si fece sfuggire l’occasione e operò il sorpasso decisivo, portando poi a termine la gara con un margine minimo (148,58 a 147,54) che fotografava efficacemente la situazione di sostanziale equilibrio tra il campione al tramonto e quello che iniziava la sua ascesa.
Klaus tornò a Bolzano da trionfatore e finalmente ottenne una copertura adeguata alla piscina dove si allenava nel periodo più caldo dell’anno: sino ad allora, infatti, nei mesi invernali il giovane atleta si era dovuto infatti accontentare della palestra e di un tappeto elastico.
Il miglioramento della preparazione produsse subito risultati eccellenti e all’Olimpiade seguente Dibiasi arrivò tra i favoriti. Il suo avversario più accreditato era un fortissimo atleta messicano, Álvaro Gaxiola, sorretto con calore quasi fanatico dal pubblico di casa. Klaus cominciò subito con coefficienti di difficoltà molto alti e i due contendenti si alternarono al comando per quasi tutte le eliminatorie. Il colpo decisivo alla classifica lo diede un tuffo eseguito allo stesso turno da entrambi, un Salto mortale e mezzo in avanti con tre avvitamenti. L’esecuzione dell’azzurro fu magistrale e il punteggio che ne conseguì fu un meritatissimo 22,04, ben più alto del pur buono 21,17 ottenuto dal messicano.

un tuffo dalla piattaforma

un tuffo dalla piattaforma

 

Ormai era fatta e Dibiasi iniziò la serie finale con cinque punti di vantaggio. Klaus mantenne coefficienti elevati con figure complesse come i due Salti mortali all’indietro e i tre salti mortali e mezzo in avanti, costringendo tutti i rivali a tuffi di analoga difficoltà. Tutto inutile, perché il vantaggio aumentò via via sino a raggiungere dieci punti nella classifica finale. Ora l’Angelo Biondo, che – tanto per gradire – conquistò nella stessa piscina Francisco Márquez anche l’argento dal trampolino, era diventato, senza dubbio, il numero uno del mondo.

Monaco e Montréal

Stessa musica quattro anni dopo, a Monaco. Ai tuffi finali Klaus arrivò in testa, seguito dal sovietico David Ambarcumian e da Cagnotto. Al penultimo tuffo la gara, di fatto, si concluse. Il bolzanino ottenne un ottimo 67,86 (i punteggi erano mutati rispetto al 1968), che lasciò lontanissimi i suoi inseguitori, autori di una prova mediocre. Fortunatamente, mentre Ambarcumian scomparve dai primi posti, il tuffatore torinese, reduce da un esaltante argento dal trampolino, ritrovò la concentrazione sufficiente per conquistare il terzo posto dietro l’americano Richard Rydze, nel frattempo risalito dalle retrovie.

un francobollo dedicato all'Angelo Biondo

un francobollo dedicato all’Angelo Biondo

 

A Montréal, nel 1976, Klaus giunse carico di successi, ma logoro nel fisico e afflitto da molti malanni. Il suo carattere aperto e cordiale gli permise di apparire quello di sempre, ma a nessuno sfuggì una condizione atletica lontana dall’ottimale. Un dolore al gomito e un’infiammazione al tendine d’Achille della gamba destra lo costrinsero infatti a limitare gli allenamenti all’indispensabile. Ciò non gli impedì di arrivare alla gara comunque pronto a non cedere facilmente. L’altoatesino, che aveva avuto l’onore di essere il portabandiera azzurro nella sfilata d’apertura, riuscì ancora una volta a stupire tutti con una serie di tuffi ad altissimo coefficiente di difficoltà. L’oro fu ancora suo, addirittura per quattordici punti su uno strepitoso sedicenne, che presto avrebbe raccolto degnamente il testimone: l’hawaiano Greg Louganis.

Giorgio Cagnotto e Klaus Dibiasi oggi (© Alfero/La Presse)

Giorgio Cagnotto e Klaus Dibiasi oggi (© Alfero/La Presse)

 

L’inimitabile carriera dell’Angelo Biondo si chiuse qui, con uno storico tris olimpico. Non che Klaus potesse rimanere a lungo lontano dall’ambiente. Poco dopo, divenne CT della Nazionale, iniziando un sodalizio sportivo con l’amico Giorgio Cagnotto (tra l’altro ancora secondo nel trampolino a Montréal) sino al bronzo ottenuto dal torinese ai Giochi di Mosca 1980.
E ancora all’ultima Olimpiade, quella londinese del 2012, Dibiasi era al fianco dei tuffatori azzurri. Come dirigente, questa volta. Come già a Pechino 2008. Ma nessuno creda che abbia abbandonato la prima linea, Klaus. Basta chiedere ai tuffatori dell’Associazione Sportiva dilettanti Carlo Dibiasi, da lui fondata a Roma e dedicata all’amato padre, che l’Angelo Biondo continua ad allenare con una passione senza tempo.

Danilo Francescano
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