Kathrine Switzer

Kathrine Switzer

Kathrine Switzer

 

La rivoluzione in un flash

Lei era il numero 261. Una cifra divenuta simbolo di libertà.
Si era registrata alla gara con il nome di K.V. Switzer, utilizzando le sole iniziali. Un éscamotage che le avrebbe portato fortuna; fin da bambina era solita firmarsi in quel modo sognando un giorno di diventare scrittrice. Un’abitudine, nulla più: non avrebbe potuto immaginare che quel gesto sarebbe stato l’inizio di una rivoluzione.
K.V. Switzer, numero 261. Nessuno avrebbe potuto nemmeno sospettare, all’epoca, che dietro quel nome innocuo si nascondesse: Kathrine Virginia Switzer, una donna. La prima a partecipare alla Boston Marathon.
A fine gara i giornalisti la assediarono, quasi fino a toglierle il fiato, fra le tante domande le chiesero se si ritenesse una suffragetta. Lei rispose ridendo: «A me risulta che il diritto di voto l’abbiamo già ottenuto nel 1920!».
Corse la maratona in quattro ore e venti minuti, tagliando il traguardo un’ora dopo il vincitore ufficiale. Ma si trattò di una vittoria clandestina.

La fiducia di Arnie

Il 19 aprile 1967 era un mercoledì, il giorno che avrebbe segnato la svolta nella vita di Kathrine Switzer. Prima era solo una studentessa di giornalismo all’università di Syracuse, New York, che si allenava in una squadra maschile e nutriva grandi sogni per il futuro. Non si era mai accontentata di fare la cheerleader e non amava nemmeno giocare con le bambole.

Quand’era bambina si arrampicava sugli alberi e giocava a hockey su prato; la sua indole anticonvenzionale l’aveva da sempre esposta a minacce o rimproveri. Frequentava un college cattolico e le sue abitudini allora apparivano come un autentico scandalo, non erano ben viste nell’ambiente conservatore dell’epoca. Solo in famiglia suo padre, maggiore dell’esercito, la incoraggiava a seguire le sue inclinazioni. Fu l’università a restituirle la libertà. Qui incontrò l’inserviente Arnie Briggs, un postino-maratoneta che aveva partecipato a diverse competizioni; l’unico che accettò di allenarla e non le rimproverò il suo essere donna. Capì che in lei c’era la stoffa della campionessa, d’altronde la ragazza non si risparmiava, correva ogni giorno per dieci miglia a dispetto di qualsiasi condizione atmosferica.

Le storie di Briggs sulla maratona di Boston la facevano sognare. Una sera, al termine di un allenamento massacrante, Kathrine disse a Arnie: «E se mi iscrivessi anch’io alla maratona ?».
Al che Arnie rispose: «Nessuna donna può partecipare alla maratona di Boston». Vedendo la determinazione di lei, dopo una pausa, aggiunse: «Ma se c’è una donna che è in grado di farlo, beh, quella sei tu».

La maratona di Boston

La maratona di Boston

 

Il significato di quella gara non fu il raggiungimento del traguardo, ma era insito nella corsa stessa. Perché, di fatto, Kathrine Switzer non vinse nulla e al traguardo rischiò persino di non arrivarci. Alcuni organizzatori minacciarono di fermarla a metà corsa, e per poco non ci riuscirono. Non ci furono medaglie, allori o proclamazioni; tuttavia, accadde molto di più. La vittoria di Kathrine è tutta in quella spinta, immortalata per sempre nello scatto fortuito di Harry Trask.

Lo scatto

Una sequenza di fotografie ritrae l’assalto di Jock Semple, il direttore di gara, che cerca di trascinarla fuori dal circuito della maratona. Semple si avventa su di lei come un indemoniato, cerca di strapparle la pettorina, urla: «Get the hell out of my race and give me those numbers!». Vai all’inferno, esci dalla mia gara e dammi questo numero. Lei risoluta corre in avanti, con il numero 261 ben in vista, il volto teso in una smorfia, i gomiti all’infuori per proteggersi dalla prepotenza di Jock.

Lui era un energumeno, un tipo violento, con un temperamento irascibile che lo aveva reso tristemente noto nel circolo sportivo di Boston.

Un sessantatreenne scozzese dalla mentalità antiquata, saldamente ancorato ai suoi valori intransigenti: Semple un tempo era stato maratoneta, ora, a carriera conclusa, si dedicava esclusivamente al lavoro di fisioterapista e massaggiatore. Si riteneva uno dei padri fondatori della maratona di Boston e l’idea che il “sacro codice” della sua creatura fosse appena stato violato lo faceva impazzire. E lui non era un uomo mite.
Non appena corse la voce che una donna stava correndo ufficialmente la gara, Semple accorse a verificare personalmente e, individuato il bersaglio, non tardò a colpire.
Si piazzò al centro del terreno di gara e afferrò la Switzer per la spalla, la spinse violentemente e le strappò un guanto intimandole di andarsene.

Se Kathrine si fosse fermata avrebbe permesso a Jock e a tutti quelli come lui di vincere. La sua resa avrebbe dato ragione a chi come lui riteneva che le donne fossero delle creature inferiori, deboli e fisicamente incapaci di tagliare il traguardo di una maratona.

Ma in quell’istante Kathrine non pensò a questioni di principi morali; la mosse solo il desiderio insopprimibile di correre, lo stesso che l’aveva spinta a iscriversi alla maratona violando il regolamento. Non ebbe un attimo di cedimento: quell’uomo la strattonava, ma lei continuava la corsa. Lei, che si era presentata alla linea di partenza con il lucidalabbra, non aveva alcuna intenzione di nascondere il suo essere donna né tantomeno conformarsi agli altri concorrenti. Anzi, era ben decisa a mostrare se stessa e il suo valore, si era allenata cinque mesi per giungere a quel risultato. Non aveva nulla da perdere. Nel corso della gara alcuni partecipanti l’avevano notata e si erano congratulati con lei; non sarebbero stati certo gli ideali preistorici di un uomo chiamato Jock Semple a fermarla.

Kathrine Switzer oggi

Kathrine Switzer oggi

 

A salvare la situazione intervennero i membri della sua squadra personale: l’allenatore Arnie Briggs e il fidanzato Tom Miller, campione di lancio del martello. Briggs, inizialmente, tentò di placare l’ira di Semple con moderazione: «Lasciala in pace Jock, può correre. L’ho allenata io».

Ma Jock non sembrava disposto al dialogo; ben presto le spinte divennero pugni e la colluttazione si trasformò in una rissa. Il colpo finale fu assestato da Tom e gettò Semple a terra. Solo in quel momento Kathrine esitò, vedendo Jock cadere senza dare segni di vita; temeva l’avessero ucciso. Poi incrociò lo sguardo di Arnie, il suo volto pallido, teso; quella visione la riportò subito alla realtà. «Corri! Corri come il diavolo!» gridò Arnie interrompendo l’empasse. L’umiliazione subita si trasformò in rabbia e in desiderio di rivalsa. Kathrine continuò la sua gara attraverso le strade di Boston, frastornata, senza un guanto, continuò a muovere un passo dopo l’altro, falcata dopo falcata, sotto un cielo che prometteva neve. Si lasciò alle spalle il fidato Arnie, l’amato Tom e uno sconosciuto signore scozzese chiamato Jock Semple che le avrebbe cambiato la vita per sempre.

Una maratona per le donne

La rivoluzione è in una fotografia, oltre che nella tenacia di una donna.

La sequenza fotografica scattata da Harry Trask, un giovane praticante del Boston Traveler, fece storia. Quel che emerge da quegli scatti è un dramma in tre atti. Prima il moderato intervento di Briggs, poi la spinta di Tom, ed infine la ripartenza di Kathrine con il volto segnato dallo shock. Il contrasto tra Jock Semple, con il suo cappotto nero e l’aria corrucciata, e Kathrine con la sua divisa chiara e l’espressione piena di stupore, non sarebbe potuto essere più evidente.
La Boston Marathon del 1967 fu vinta dal neozelandese Dave McKenzie. Si dovranno attendere altri cinque anni perché la maratona di Boston sia aperta alle donne.

La partecipazione di Kathrine Switzer nel 1967 verrà riconosciuta come non ufficiale. La Switzer vincerà la sua prima maratona solo nel 1974. Eppure, al di là dei riconoscimenti possibili, la Boston Marathon ha avuto una sola protagonista indiscussa: Kathrine Virginia Switzer, numero 261. Una pioniera.

La spinta

La spinta

 

Qualcosa quel giorno si era compiuto, ben oltre il traguardo.

Il mattino dopo Kathrine e il suo gruppo si fermano per una sosta a una tavola calda sulla via del ritorno. C’è un uomo seduto in un angolo che legge il giornale. Kathrine d’improvviso si ritrova a fissare se stessa riflessa nella prima pagina: è ritratta nella fotografia in copertina, sotto l’intestazione “girl being attacked”. Senza esitare strappa il giornale dalle mani dell’uomo che la guarda stupito, corre dagli altri esclamando: «Oh, mio Dio, siamo noi!».

Tom e Arnie accolsero il tutto con una risata, già pronti a vantarsi dell’impresa. A Kathrine, invece, fu chiaro solo in quel momento il significato di quanto era accaduto in un giorno di neve, a Boston. Nella sua autobiografia “A Woman Marathon” scrisse: «fu il primo passo in una vita completamente diversa». Segnò un punto di non ritorno sulla via dell’emancipazione femminile.

Esattamente cinquant’anni dopo quella data, il 19 aprile 2017, Kathrine Switzer a settant’anni compiuti si presenterà di nuovo ai blocchi di partenza della Boston Marathon. Pronta a riaccostarsi all’immagine della ragazza che è stata. Molte cose sono cambiate da allora: Arnie, Jock e Tom sono morti, e lei non possiede più il corpo di una volta. La tenacia, però, è rimasta la stessa. Non si è spenta in lei la grinta che le fece affermare: «Dopo la mia esperienza a Boston, capii che vi erano milioni di donne al mondo che erano cresciute senza credere di poter superare i limiti a loro imposti. Volevo fare qualcosa per migliorare le loro vite…».

Una vita sempre in prima linea la sua. Ѐ stata giornalista sportiva, scrittrice, conduttrice televisiva; ha trasformato la sua storia personale in una lotta alle convenzioni, in una battaglia per i diritti delle donne di tutto il mondo. Tornare ai blocchi di partenza della Boston Marathon significa ribadire l’importanza di quella sfida, riconoscere, ancora una volta, il suo valore inestimabile.

Solo che stavolta Kathrine non sarà sola: accanto a lei ci saranno molte altre donne che, grazie al suo coraggio, oggi possono correre senza temere di incappare in persone come Jock Semple.
Indosserà il numero 261, e sicuramente non farà a meno del lucidalabbra; sarà sempre fedele a se stessa.

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

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Comments To This Entry
  1. braviiiiiiii

    LUCA on April 27, 2021 Reply
  2. non conoscevo questa storia, molto bella e ben scritta

    giuseppe rizza on December 11, 2022 Reply